Il cappello di paglia…il vero stile toscano

Di Alice Comunelli

L’arte dell’intreccio della paglia ha avuto in Toscana una grande fortuna, a cominciare già dal 1500. Questa attività artigianale, ampiamente documentata, era diffusa specialmente a Firenze e nel suo immediato comprensorio.

 

 

I fidanzati       “I fidanzati” di Silvestro Lega

unnamed

E’ stato dipinto nei quadri, compare nelle pellicole ed è famoso nel mondo: il cappello di paglia di Signa è un marchio di fabbrica di un territorio, quello della Piana fiorentina che con abilità manuale e ingegno ha portato i proprio prodotti in tutto il mondo.
La coltivazione del grano da paglia per i cappelli nacque da un’idea di Domenico di Sebastiano Michelacci, da cui il Museo signese ha preso il nome, dopo vari esperimenti nel 1718. Michelacci fece seminare il grano marzuolo fittamente e lo fece raccogliere prima che arrivasse a maturazione. Ecco quindi la paglia adatta per la creazione dei cappelli.

6bd3917ffa8d54ece84c413d65e023b8

William McGregor Paxton , The Leghorn Hat

 

La raccolta veniva fatta a cottimo dai contadini e la preparazione della paglia proseguiva attraverso varie fasi, dalla sfilatura alla legatura fino alla zolfatura, quando i fastelli, dopo immersione in acqua e successiva sgrondatura, venivano chiusi in stanzini ermetici, dove i vapori di zolfo bruciato conferivano alla paglia un omogeneo colore biancastro. Con l’agguagliatura si dividevano gli steli a seconda della dimensione, e con la spigatura si separava lo stelo dalla spiga. Le trecce fatte sempre a mano dalle “trecciaiole” erano di vario genere, distinte in base al numero di fili di cui erano composte, e poi a seconda che servissero per la realizzazione di un cappello cucito a macchina oppure a mano. La produzione meccanica fu incrementata negli anni Venti del Novecento; la manifattura delle trecce di paglia rimase in Toscana un’attività fondamentale almeno fino al 1929, anno della grande crisi economica internazionale, e sopravvisse fino a poco oltre la seconda guerra mondiale.

amedeo-modigliani-jeanne-hebuterne-in-a-large-hat-also-known-as-portrait-of-woman-in-hat

Amedeo Modigliani, Jeanne Hébuterne con cappello Grande

 

Oggi, anche se la materia prima viene prevalentemente importata, la lavorazione è ancora legata alla tradizione passata e le trecce vengono cucite manualmente.La lavorazione del cappello di paglia fiorentino è un’arte con radici lontane, che alcune aziende dalle origini centenarie hanno sentito l’esigenza di tutelare, il “cappello di paglia” di Firenze viene ancora realizzato secondo l’antica tradizione artigianale dell’Ottocento.
L’accessorio più noto è il cappello di paglia con i fiori ricamati a mano. Nasce dagli abbinamenti della paglia con materiali diversi quali raso, sete, merletti, piume e non solo, diffusi agli inizi dell’Ottocento a Firenze soprattutto tra le donne alla moda d’Europa e d’America, per i primi viaggi sui transatlantici e poi in aereo.
Oggi i cappelli di paglia fiorentini sono esportati in tutto il mondo, e le imprese associate vendono i cappelli di paglia in tutto il mondo con una presenza significativa tra Stati Uniti, Giappone, Australia, Russia e Cina.

13-cappello-di-paglia

Annunci

Delizia di pere e zenzero

di Elisa Olga Musso

Domenica: fuori piove, piove da ieri in realtà, e fa anche freddo, esaurita la routine delle cose da fare (impossibili da fare negli altri giorni), vinco la pigrizia, accendo il forno e preparo una torta con quelle pere raccolte dall’albero della casa dei miei e almeno il lavorativo lunedì mattina sarà meno amaro.

Delizia di pere e zenzero

Ingredienti

● 200 gr. di burro chiarificato
● 140 gr. di zucchero di canna o integrale
● 200 gr. di farina 0
● un cucchiaio di zenzero macinato
● scorza di limone o arancio grattugiata
● 1 bustina di lievito
● 450 gr. di pere sbucciate e tagliate sottili e 3 uova preferibilmente bio

Procedimento

Preriscaldate il forno a 180°.

Ungete leggermente di burro uno stampo con cerniera e foderatelo con carta forno.

Con una frusta amalgamate il burro, tranne due cucchiai che farete sciogliere poi a bagnomaria, lo zucchero, la farina, lo zenzero e le uova, mescolando bene.

Versate il composto nella teglia e livellate la superficie, disponete le fette di pera e irrorate con il burro sciolto.

Infornate per circa 35-40 minuti fin quando la superficie della torta non sarà dorata.

Servite con un te verdè aromatizzato all’arancia.

Ad esempio a me piace rubare le pere mature sui rami se ho fame e quando bevo son pronto a pagare l’acqua, che in quella terra vale più del paneRino Gaetano, Ad esempio a me piace il Sud.

pere_LimeGodetevi la foto delle pere, della torta non è rimasto nulla.

Portogallo coast to coast… o quasi!

di Elisa Olga Musso

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono.

E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.

Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro.  Viaggio in Portogallo di José Saramago.

Questa estate finalmente riesco a visitare il Portogallo.

Siamo in quattro, due coppie eterogenee, a disposizione abbiamo una decina di giorni in tutto e la macchina solo per cinque: obiettivo è vedere più posti possibile viaggiando da Sud a Nord.

Non voglio farvi da guida, vi dico solo quello che mi ha lasciato questo viaggio e che porterò con me ogni volta che mi capiterà di pensarci.

Lisbona: l’odore di sardine arrostite per la strada, la corsa in tuk tuk (rosso) fino a Belém, la tela più grande dipinta da Marc Chagall e il telefono a forma di aragosta di Salvador Dalì conservati al divertente Museu Coleção Berardo, il vento freddo davanti al porto, la cena al Mercato di Ribeira e il tram giallo sempre pieno di turisti.

Sintra: attraversare una foresta umida dove i celti hanno venerato la Luna e ritrovarsi in un castello da fiaba, il Castelo Dos Mouros, bere la Ginjihna (liquore al’amarena) servita in bicchieri di cioccolato;

Faro: Praia de Falésia i suoi chilometri di sabbia fine dorata (si ma dove sono finiti i surfisti???) e agua de cocco che se diventa calda è imbevibile, le graziose stradine del centro di Faro e  la cena a base di tapas e sangria.

Évora: un’ elegante città medievale e la magica distesa di dolmen appena fuori città;

Coimbra: la città universitaria e la Biblioteca Joanina con i suoi affreschi sul soffitto, tavoli di ebano e famiglie di pipistrelli che puliscono i circa 300.000 volumi dagli insetti;

Aveiro: le casette dei pescatori tutte colorate, le facciate art noveau nel centro della città vecchia, i canali e il piccolo Museu di Arte Nova con una deliziosa caffetteria al suo interno;

La regione del Douro e Vila Real: l’incanto del paesaggio, le sue colline “divine”, la finezza di un porto vellutato  degustato in un pomeriggio assolato alla Quinta do Bomfin, la cena dentro una botte al Terra de Montanha e il turismo rurale;

Braga: il ricorrente rintocco delle campane e il ristorante vegetariano Anjo verde dove al contrario di ogni aspettativa ci si alza strapieni e felici e i dolci sono buonissimi;

Porto: i murales, la stazione di São Bento interamente ricoperta di azulejos, la tazza più grande di cappuccino bevuta finora da Costa, le scale rosse e le vetrate liberty della Livraria Lello;

11875399_975019715883989_1161408621_n(1)11934619_1653006461636601_269983605_n(1)

e mi ricorderò: dei portoghesi che sono più ospitali al Nord che al Sud, che si dorme in hotel con poco ma bisogna accontentarsi, delle autostrade sempre deserte, del bacalhau cucinato in tutti i modi possibili, del profumo di cannella del Pastel de Nata sfornato a qualsiasi ora, delle birre locali Sagres o Super bock che costano poco più un euro, del servizio ai tavoli lentissimo (ma la lentezza è l’essenza del portoghese), del navigatore di Cristina che non ci ha mai fatto perdere, delle canzoni strambe inventate da Luca, il suo fidanzato, e della cena a lume di candela con vista sulla meravigliosa Coimbra con la persona che ha deciso di farmi compagnia, almeno per un po’, nel viaggio e nella vita.

Ci tornerò in Portogallo? Forse si perché sono state giornate vissute fino all’ ultimo respiro e mi sembra di non avere avuto il tempo necessario per apprezzare la bellezza di un unico posto, o forse no perché quello che volevo veramente vedere l’ho già visto.

Storia, archeologia, chiese, monumenti, musei, giardini, tradizioni, natura, buon cibo e buon vino, insomma non manca proprio niente per divertirsi o che valga la pena di non essere scoperto.

portogallo chagall

p.s. le ultime foto sono state scattate da Lapo Lolli il suo indirizzo Flickr è:

https://m.flickr.com/#/photos/53320210@N03/

…se avete voglia di sbirciare…

Tamara de Lempicka: storia di una donna moderna

  
tamara
Polo Reale Palazzo Chiablese
Piazza San Giovanni, 2 – Torino
19 marzo – 30 agosto 2015 
di Elisa Olga Musso

L’esposizione raccoglie un’attenta selezione di opere create tra il 1920 e il 1970: nudi, fiori, ritratti in posa e fotografie della casa parigina di Rue Mechaìn.

La mostra si articola in sette sezioni: i Luoghi dove ha vissuto, i suoi Primissimi Lavori, i Dipinti dedicati alla figlia Kizette, le Visioni Sacre, i Ritratti  di moda, le Coppie e infine i Nudi.

Un breve cortometraggio in bianco e nero degli anni Trenta, così come diversi oggetti:cappelli, per i quali si dice che lei avesse una vera e propria passione, gioielli disegnati da Cartier e Van Cleef, abiti firmati, ricreano l’atmosfera dell’epoca e permettono al visitatore di conoscere dettagli della vita intima di Tamara.

Tamara Rosalia Gurwik-Gorska (1898-1980) è una donna moderna, libera e determinata: occhi chiari e penetranti, capelli castani, naso greco, labbra carminio, vestiti alla moda e portamento da femme fatale. Studia arte presso l’Accademia di San Pietroburgo e nel 1916  sposa un avvocato russo, Tadeusz Lempicki, da cui prende ispirazione per il suo cognome e da cui ha una figlia Kizette, nel 1920.

tamara bianco e nerotamara le amiche

Dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale viaggia molto, ma si ferma esiliata a Parigi.

Il suo stile è enigmatico e personale, i suoi quadri iniziano a vendersi bene, gallerie e saloni della capitale francese cominciano a contendersi le sue opere, merito delle conoscenze del marito, lo stesso uomo che già dopo pochi anni di matrimonio mal sopporta lo stile di vita della moglie pieno di eccessi: relazioni extraconiugali, uso di cocaina, rientri al mattino, ore di sonno indotte dalla valeriana, e poi lunghe sedute di lavoro, ascoltando a tutto volume Wagner.

La composizione è una mescolanza tra seduzione e glamour. Luce, volumi, forme, risaltano in una combinazione di colori brillanti con una pennellata pulita e raffinata. Tamara è un amante della moda, della gioielleria, dell’architettura e del disegno.

I ritratti mostrano un’inquietudine permanente per l’estetica dove la bellezza femminile ubbidisce a criteri estetici ricorrenti: capelli rossi, bocca carnosa, languidezza dello sguardo, specchio di un Novecento fatto di abiti alla moda e toilettes impeccabili.

Tamara ha la fissa per le calle e per i motivi generalmente sensuali, donne che aspettano il piacere o si divertono nel loro ricordo. Individualità che nella loro voluttuosità ci avvisano mescolando i loro corpi nudi mentre si accarezzano o si annusano.

Il marito la lascia nel 1928, uno dei periodi più bui della sua vita.

Non è certamente questa la Tamara che tutti conoscono, così comincia a viaggiare di nuovo in cerca di nuovi stimoli artistici e nel 1933 si lega ad un altro uomo ricco e potente, il barone Raoul Kuffner, prima come amante e poi come moglie. Con lui si trasferisce negli Stati Uniti, lavora per il cinema, la fotografia di moda, la pubblicità.

La mostra si chiude con Il Bacio di  Francesco Hayez, in versione ad acquarello, che ho già visto a Milano alla Pinacoteca di Brera, ma qui ha un tocco di romanticismo in più.

La vita di Tamara si presta alla leggenda: quasi tutte le sue opere si trovano in collezioni private o privatissime, si dice che esistano altri 300 quadri che non risultano in catalogo. Appassionata, superba, elegante, vorace resta una delle donne più belle e dalla vita più intensa dei pazzi Anni Venti, regina della notte che ha conquistato la propria autonomia alla guida di una Bugatti verde ed ha espresso una grande libertà in un mondo rigido e governato dagli uomini.

da_4

Avete ancora una settimana per vederla, sbrigatevi!

Quando Monica interpretò Marilyn

monica-vitti-photo-by-pierluigi-praturlon-in-his-studio-rome-1962

di Chiara Vagnuzzi

Era il 1964 quando, muovendosi tra i teatri di Roma e Firenze, Monica Vitti tra un film e l’altro e il difficile rapporto con Michelangelo Antonioni scelse di interpretare un ruolo infinitamente drammatico e intenso vestendo i panni di Marilyn Monroe nella pièce Dopo la caduta (After the fall) diretta in Italia da Franco Zeffirelli e scritta da Arthur Miller, consacrato quanto discusso genio della drammaturgia americana contemporanea. Miller si era messo al lavoro dopo poco più di un anno dalla morte della ex-moglie, realizzando un’opera che lasciava poco da immaginare, in cui metteva a nudo solitudine, tristezza e speranze della diva Marilyn. Un’opera contestata aspramente già in America dai fan della Monroe che accusavano Miller di essersi concesso una libertà irrispettosa del dramma umano vissuto dall’attrice, la quale pochi mesi prima di morire aveva girato a fianco di Clark Gable il suo ultimo film, The Misfits (Gli Spostati), scritto dallo stesso Miller.
La Maggie protagonista del dramma milleriano sembrava recare cicatrici e pene dell’attrice d’oltreoceano e la storia recitata sul palcoscenico assomigliava troppo alla quella che innegabilmente fu la sua infelice condizione. A poco valsero i dinieghi di Zeffirelli e Miller insieme. Fu la stessa Monica, affascinata dal carisma venato di fragilità di Marilyn, a dare conferma del legame strettissimo tra lei e il personaggio di Maggie.

kinopoisk.ru

Deciso, consapevolmente forte fu il giudizio della Vitti su ciò che Miller aveva portato in scena: «Non sono d’accordo con Miller. Oltretutto credo che lui abbia visto Maggie soltanto come una diva un po’ isterica e molto stupida. Io invece ho sempre considerato Marilyn una creatura indifesa, debole e vittima». Con queste parole, rilasciate in un’intervista datata al 1964 rilasciata al settimanale Grazia, Monica non solo era sicura di mettere Miller sotto accusa ma dimostrava oltretutto di aver interpretato criticamente il personaggio che aveva deciso di portare sulla scena, di averlo fatto suo, di averlo letto, immaginato e pensato, alla luce di ciò che allora, a un anno dalla scomparsa del sex-symbol americano, si bisbigliava o si gridava su di lei. Monica allora non poteva sapere che Miller si sarebbe ripetuto molti anni dopo, poco prima di morire, con quello che è stato considerato dalla critica come il più autobiografico dei duoi drammi, Finishing the picture, andato in scena al Goodman Theatre di Chicago nell’ottobre del 2004, con il quale Miller omaggia e ricorda le faticose riprese di The Misfits, con una Marilyn ormai devastata da psicofarmaci e alcool. Chissà se Monica avrebbe interpretato volentieri l’ultima Monroe anche stavolta.

l ‘Estate di List

images-1

Di Alice Comunelli

In mezzo alla calura estiva avevo proprio voglia di scrivere un piccolo e veloce articolo divulgativo senza troppe pretese, al solo scopo di portare a conoscenza una mia piccola mania !!! la passione per la fotografia e le immagini fotografiche del grande artista ( si io lo chiamerei proprio artista) tedesco Herbert List (Amburgo 1903 – Monaco 1975) il suo retroterra culturale fu infatti  alimentato dalle visioni di Montaigne e di Goethe  alla base del sui “viaggio in Italia”  vissuto come grande esperienza ideale ripercorrendo i passi dei grandi viaggiatori dell’ ‘800 realizzano  un moderno gran tour ,  List  fece del nostro paese la sua seconda patria  e  tradusse in una sorta di “Diario”  immagini in cui oltre a farci ripercorrere circa un trentennio di vita vissuta e “guardata” idealizza quella bellezza classica mai del tutto scomparsa. Guardando i suoi scatti si percepisce la grande cultura e la grande curiosità del fotografo soprattutto per il dettaglio.

images                                                   Polpo-1938-504x600

I Florio: libri e degustazione

I Florio, Simone Candela

Di Elisa Olga Musso

Tramite una lunga e indaginosa ricerca d’archivio l’autore Simone Candela, ci mostra la parabola discendente di una famiglia protagonista assoluta di un “lentissimo tempo siciliano”, tra Ottocento e Novecento: i Florio.

Il libro, corredato di tabelle, indice dei nomi e una ricca bibliografia, è diviso in sedici capitoli,  l’interesse è volto soprattutto agli aspetti economici delle attività commerciali create da quattro generazioni che si sono susseguite nell’arco di cento cinquant’anni.

Tutto ha inizio tra 1790 e il 1802, quando Paolo Florio (1772-1807) entra in società, a Bagnara, con Paolo Barbaro, esperto mercante di droghe. Dal 1803 Florio si trasferisce a Palermo e si mette in proprio con il fratello Ignazio (1776-1829) inserendosi in un commercio reso più favorevole dalla presenza della corte dei Borbone. La loro modesta drogheria nel giro di poco tempo gestirà un’ assortimento di merci che tra medicinali, generi coloniali e altro, supera il centinaio. Da qui si può facilmente dedurre che fosse unica a Palermo in quanto a varietà.

Negli anni Trenta con la malaria e la vendita del chinino Vincenzo (1799-1868), figlio del primo Florio, eredita una delle attività più fiorenti e decide di investire i suoi guadagni anche in altri settori.

Nel 1832, a Marsala, in un tratto di spiaggia situato tra le fattorie di Ingham e Woodhouse, inizia i lavori per la costruzione dello stabilimento per la produzione vinicola di vini invecchiati all’uso “Madera”.

Scelta temeraria perché entrambi i produttori inglesi erano già abbastanza conosciuti e quotati nel mercato. Il Marsala comincia a prendere il posto del Vermouth nelle tavole degli italiani.

logoflorio

La produzione e la vendita del vino è solo una delle tante attività legate al commercio e all’industria a cui si dedica, seguono la costituzione di una società di battelli a vapore, la Fonderia Orotea di 13.400 metri quadrati, stabilimenti per la lavorazione e produzione del tabacco, la Zolfara di Bosco, le industrie chimiche di acido solforico, le filande per il cotone, la Società di navigazione, il Banco Florio, l’acquisizione delle tonnare di Favignana e Formica, le più importanti della Sicilia. Grazie a queste ultime Vincenzo ha un’intuizione che gli permette di estendere la vendita del tonno anche a regioni come il Piemonte, la Liguria e la Lombardia in cui il consumo ne era limitato perché era convinzione diffusa che il tonno sotto sale fosse motivo di gravi malattie: esporta così il tonno sott’olio o scabeccio in contenitori di latta.

Tutti questi esercizi vengono così raggruppati all’interno della Casa di Commercio, articolata in tante sezioni quanti sono i rami di attività.

La terza dinastia vede protagonista Ignazio Senior (1838-1891), che non allarga in maniera significativa il campo di attività ereditato dal padre, piuttosto mira a consolidare le varie sezioni della Casa di Commercio. Alla morte lascia ai figli un enorme patrimonio che solo Ignazio Junior cercherà di amministrare.

L’ultima generazione, che porta avanti il nome della famiglia, è quella di Ignazio Junior (1869-1907) e Vincenzo (1883-1907), nati e cresciuti in una immensa agiatezza.

La grandezza imprenditoriale della famiglia Florio fa sì che proprio a Palermo, nel primo ventennio del 1900, si formino e operino progettisti e artisti decoratori di grande rilievo.

Ignazio Junior si distingue subito per una forte attitudine imprenditoriale. Fa costruire per i malati di tubercolosi la splendida Villa Igea, in stile neogotico-quattrocentesco (trasformata poi in albergo di lusso) e nel 1882 fonda, a Palermo, la fabbrica di Ceramica “Florio”, impianto industriale all’avanguardia per quei tempi, rappresentato dal marchio del cavalluccio marino, che produce stoviglie da utilizzare sulle navi da crociera della flotta di famiglia. La fabbrica si avvale della collaborazione del grande architetto del Liberty italiano Ernesto Basile, del pittore Ettore Maria Bergler, degli scultori Griffo e Antonio Ugo, del pittore e decoratore Rocco Lentini. Nel 1910 vengono aperti due negozi per la vendita al dettaglio, ma alla fine degli anni Venti questo settore entra in crisi e la fabbrica viene assorbita dalla Richard-Ginori. In questo stesso periodo viene fatto restaurare il Villino Florio che poteva accogliere la migliore produzione artistica e tecnologica dell’isola, come gli arredi progettati sempre da Basile per Ducrot, le pitture decorative di Giuseppe Enea e Ettore De Maria Bergler, le vetrate policrome di Giuseppe Gregorietti, le boiserie e gli arredi lignei delle ditte Muccoli e Golia, gli apparecchi illuminanti delle ditte Ceramica Florio e Caraffa e gli impianti elettrici della Società Trinacria. Nel 1900 fonda il giornale nazionale “L’Ora”.

IMG20100112134625401_900_700Negli Anni Trenta la situazione economica e finanziaria della Casa del Commercio non può dirsi felice. Florio comincia a indebitarsi, tenta di far rivivere la navigazione, le importazioni di grani e cereali e gli zolfi, ma i tempi stanno cambiando, la radicale crisi industriale e l’esaurimento delle attività commerciali avanzano.

Il matrimonio con la bellissima Franca Notarbartolo da San Giuliano (1873-1950) lo aiuta nella vita mondana e nelle relazioni di affari nei migliori salotti dell’aristocrazia europea, ma non certarmente nell’economia della famiglia, visto che acquista moltissimi gioielli per lei (e non solo) presso le più importanti maison dell’epoca, come Lalique e Cartier, gioielli che in tempi tristi dovranno vendere.

Vincenzo, il fratello, si interessa quasi esclusivamente alle feste dell’alta società, alle auto e alle imbarcazioni di lusso. A lui va certamente il merito della Targa Florio, manifestazione automobilistica percorsa tra le Madonie con duemila lire di premi e una targa da assegnare al vincitore, in un periodo in cui lo sport e le vertigini della velocità sono esaltate dai Futuristi.

Per ultimo ci viene presentato un piccolo ritratto della Belle époque nella capitale dell’isola: l’alta società, le sfarzose feste a Palazzo e Villino Florio, il lusso sfrenato, le amicizie influenti, i salotti letterari, le cene di beneficenza, le visite degli Zar di Russia, gli yacht in giro per l’Italia. Il protagonismo frivolo dei Florio è legato agli ultimi anni del loro tramonto dorato, quando forse diventano consapevoli della loro progressiva uscita di scena dal mondo finanziario nazionale, mentre si dissolve per sempre il sogno di competere con la grande industria del Nord.

Il libro ci mostra come ancora restano varie e complesse le vicende che hanno portato alla decadenza di un impero.

Molti sostengono che i fratelli, avendo ereditato parecchie decine di milioni, non ebbero la capacità di diversificare e ampliare gli investimenti in settori produttivi differenti, sperperando in imprese mal riuscite e spese pazze interi capitali, altri invece cercano le cause nello scenario del pre e post Prima Guerra Mondiale, altri ancora danno la colpa alle tasse, agli scioperi degli operai, agli altissimi interessi bancari.

Tuttavia in quel difficile clima storico e politico in cui Ignazio si trovò ad operare, senza dubbio riuscì a compiere diverse speculazioni con buon profitto.

I Florio diventano dunque testimonianza che la Sicilia è stata, anche in tempi recenti, così splendente, elegante, colta e operosa da far invidia a qualsiasi stato europeo.

Degustazione presso Cantine Florio

Cantine Florio:
Via Vincenzo Florio, 1 Marsala (Tp)
Ingresso 10 euro
Telefono: +39 0923781111
Fax: +39 0923982380
Mail: info@duca.it
Visite su prenotazione

E perchè meno ammiri la parola,

guarda il calar del sole che si fa vino,

giunto a l’omor che de la vite cola.

Dante Alighieri, La commediaPurgatorio (Canto XXV).

In una tarda mattina d’estate, se l’idea di una troppo affollata spiaggia ad agosto non vi soddisfa, una delle alternative allettanti da prediligere, se vi trovate nella provincia di Trapani, è una visita alle Cantine Florio.

Una guida esperta e appassionata vi accompagna insieme a circa 15 persone in un percorso storico, visivo, olfattivo, e gustativo alla scoperta del marsala.

Non appena si spalancano le porte che conducono all’ingresso della cantina verrete inondati dal profumo del vino: invitante.

La costruzione di questi stabilimenti risale al 1832, ma nel 1924 la Società Anonima Vinicola Italiana che comprendeva il marsala va alla Cinzano, che pochi anni dopo ne acquista tutte le azioni insieme a quelle della Woodhouse e la maggioranza della Ingham-Whitaker. Attualmente le cantine sono di proprietà del gruppo ILLVA Saronno S.p.A, ma il logo dell’etichetta rimane sempre lo stesso: il Leo bibens che fu lo stemma della prima drogheria Florio.

Le cantine, non interrate, sono le più grandi di Europa: si estendeno per più di 6000 mq e il pavimento, leggermente in salita, è interamente in polvere di tufo battuta, ci sono più di 600 tra botti e tini.

I locali hanno un’umidità tale da consentire una perfetta conservazione dei sapori e le arcate a sesto acuto sono molto caratteristiche.

Occorre sapere che il marsala prodotto nei tre tipi ” abboccato, dolce e secco”,  è ottenuto con una lavorazione in cui le uve (catarratto, inzolia, grillo, damaschino) vengono vinificate in bianco dagli stessi viticoltori, che ne ottengono i cosiddetti vini ” grezzi ” o ” vergini e che poi passano agli stabilimenti industriali dove vengono sottoposti ai consueti processi. La lavorazione si conclude con la fase più importante: l’invecchiamento in botti di rovere accatastate in fila di tre o cinque.

Le botti riempite per i 2/3 sono sempre aperte per consentire una migliore ossidazione delle uve.

Tre sono i tipi di marsala che potrete sorseggiare in questa degustazione e saranno abbinati a cibi dolci e salati, per sdoganare un po’ l’idea che il marsala si accompagni bene solo al dolce.

Lo sguardo è attirato da un meraviglioso colore ambrato, sentirete la zagara, la mandorla… un profumo d’estate in un bouquet delicato e sofisticato allo stesso tempo.

Il marsala non ha resistito al fascino avanguardistico e insieme retrò della famiglia Florio e nemmeno voi, credo, ci riuscirete.

florio